Ora sto facendo colazione e sto scrivendo il post...di ieri. Per lo meno tengo fede alle promesse dai.
Questo post è velocissimo. Più che di NY, vi parlo della sensazione che ho rispetto ad una situazione che sta finendo, ed un'altro ciclo che tra poco nascerà.
Vi voglio parlare, o forse accennare dato la brevità del post, di questa sensazione nell'ambito lavorativo.
Quando sono partito per venire qui, la situazione in Italia per noi giovani laureati era, come dire...critica. Ora, dopo che leggi il corriere online giornalmente e dopo che amici e parenti ti informano sul "cosa accade", non resta che metterti le mani nei capelli. Direi che la situazione si è fatta...drammatica.
Io mi trovo qui. In questa fantastica terra di mezzo fornita, in via del tutto gratuita e disponibile da subito, da quella che oramai è divenuta la condizione standard del neolaureato: il precariato.
Ora, è mattina, io sono appena sveglio, voi starete già lavorando da un pezzo e ne avrete anche già le palle piene probabilmente. Quindi tronco qui.
Prima vi volevo dire che è una cosa che mi fa molto riflettere e mi mette un sacco di ansia addosso. Non c'è skyline che tenga, non c'è tramonto che riesca a distogliere i pensieri da li...
Per cui, non mi resta che continuare con le mie 5 versioni di curriculum vitae nella speranza che non mi si chieda di lavorare e vivere di aria, anzi, sarò positivo, NELLA SPERANZA DI TROVARE UN LAVORO CHE MI PIACE. (chissà...magari qualcuno che mi legge.............. :) )
Ad ogni modo, in questi giorni penso sempre di più a questa situazione. Un po' perchè il mio tempo qui sta finendo, un po' perchè ho letto sulla bacheca della mia amica Elena queste righe un po' polemiche ma manifesto di quello che penso pensiamo noi tutti:
Eravamo ragazzi e ci dicevano: “Studiate, sennò non sarete nessuno nella vita”. Studiammo. Dopo aver studiato ci dissero: “Ma non lo sapete che la laurea non serve a niente? Avreste fatto meglio a imparare un mestiere!”. Lo imparammo. Dopo averlo imparato ci dissero: “Che peccato però, tutto quello studio per finire a fare un mestiere?”. Ci convinsero e lasciammo perdere. Quando lasciammo perdere, ...rimanemmo senza un centesimo. Ricominciammo a sperare, disperati. Prima eravamo troppo giovani e senza esperienza. Dopo pochissimo tempo eravamo già troppo grandi, con troppa esperienza e troppi titoli. Finalmente trovammo un lavoro, a contratto, ferie non pagate, zero malattie, zero tredicesime, zero Tfr. zero sindacati, zero diritti. Lottammo per difendere quel non lavoro. Non facemmo figli – per senso di responsabilità – e crescemmo. Così ci dissero, dall’alto dei loro lavori trovati facilmente negli anni ’60, con uno straccio di diploma o la licen za media, quando si vinceva facile davvero: “Siete dei bamboccioni, non volete crescere e mettere su famiglia”. E intanto pagavamo le loro pensioni, mentre dicevamo per sempre addio alle nostre. Ci riproducemmo e ci dissero: “Ma come, senza una sicurezza nè un lavoro con un contratto sicuro fate i figli? Siete degli irresponsabili”. A quel punto non potevamo mica ucciderli. Così emigrammo. Andammo altrove, alla ricerca di un angolo sicuro nel mondo, lo trovammo, ci sentimmo bene. Ci sentimmo finalmente a casa. Ma un giorno, quando meno ce lo aspettavamo, il “Sistema Italia” fallì e tutti si ritrovarono col culo per terra. Allora ci dissero: “Ma perchè non avete fatto nulla per impedirlo?”. A quel punto non potemmo che rispondere: “Andatevene affanculo!”. (Torto, Breve storia di una generazione) Per cui, facciamoci tutti un grosso "in bocca al lupo". -7
Vi voglio scrivere, oggi, di come NY sia imprevedibile.
La vista.
New York ti abbaglia con i suoi grattacieli e con le sue stranezze.
La cosa più strana è che con me lo ha fatto dal primo giorno fino ad oggi.
Non smetterei mai di scattare foto alla skyline. Fotografarla al tramonto. All'alba. E si, sono ancora i vestiti che usa NY.
La domanda è: come è possibile che questa città riesce sempre a spiazzarti pur rivolgendo lo sguardo sempre sulla stessa cosa? Può cambiare la prospettiva, l'ora del giorno o della notte, il clima...ma sa sempre sorprenderti con l'imprevedibilità nella sua quotidianità, nella sua routine.
Forse, però, noti con il passare del tempo che non è poi così fissa la regola. Non sempre un grattacielo dona il sorriso o meraviglia.
Non sempre si può solo guardare verso l'alto nella città le cui costruzioni sembrano volere tendere la mano alle nuvole e disinteressarsi di chi c'è laggiù, in strada.
E allora abbassi un po' la testa dopo che l'hai tenuta alzata verso l'alto per i primi minuti. E vedi che c'è chi non ha nemmeno la forza per guardarli i grattacieli, chi li maledice e chi invece si è proprio rassegnato e dorme avvolto in qualche straccio sulla gradinata di una chiesa.
New York è anche questo.
E allora ti guardi intorno. E noti che sei il solo che lo fa.
Altro effetto sorpresa: a NY la gente non si guarda intorno. Nemmeno sulla metropolitana. Sembra che siano tutti quanti immersi in un loro mondo, forse aiutati dalle enormi cuffione che circondano la loro testa e dal volume altissimo che fuoriesce da esse, oppure aiutati dai loro iphone o kindle..però ognuno si fa i fatti suoi. La gente non si parla, si isola. Ve lo posso giurare.
Che ci sia una persona seduta sul sedile della metropolitana che grida cose senza senso, they don't care. Nessuno gli presta attenzione.
Che ci sia una persona che in pieno giorno va ingiro vestita da non so cosa, magari con i capelli viola, la maglietta beige e i pantaloni rossi (che nemmeno un cieco che pesca a caso dall'armadio riuscirebbe nella combinazione...), they don't care. Si siedono di fianco, accendono il loro lettore di libri elettronico ed incominciano ad ignorare tutto il resto. Non importa se il treno deraglia. Per Dio! Lasciateli leggere o giocare con l'iphone in santa pace! :D
Riuscite ad immaginare una scena simile a Milano?
Alcuni di voi staranno pensando: "eh vabbè...ci sono anche a Milano..!". Ed io vi credo. Ne ho viste anche io di stranezze a Milano. Il punto, però, è proprio la reazione. Il totale ignorare la cosa.
...e mi permetto di dire anche, però, che le stranezze che ci sono a NY...non sono nemmeno lontanamente immaginabili.
Chi non si fa gli affaracci suoi, invece poi diventa famoso. Perchè al posto di ignorare le stranezze, ha avuto la "brillante, fantasmagoria e geniale" idea di chiedere loro di mettersi in posa per una foto.
Se non credete alle mie parole date un occhio a "Humans of New York" su facebook (grazie alla Sere che mi ha girato il link..!) cliccando qui.
L'intento mio non è di farvi vedere che New York non è tutta rose e fiori, ma sistematicamente ed inconsciamente spesso vado a sforare un po' nell'argomento.
Chiedo venia. Mi sono promesso solo cose belle fino alla fine di questo blog.
Parlavo di effetti sorpresa e chiudo qui a breve perchè sono davvero molto stanco. In tre mesi ho avuto oggi il mio primo giorno libero infrasettimanale e ho dovuto sacrificarmi ed indossare i panni del turista, ahimè... :D :D
Dicevo. Ny ti sorprende e secondo me -e non solo secondo me, ciao Alessia :)- riesce a farlo in modo eccelso nelle fermate delle metropolitane.
Ogni fermata della metro è un piccolo mondo a se.
I turisti in Time Square che non sanno che uscita prendere e si muovono come formiche impazzite. I musicisti a Union Square, gli artisti a Bleeker Street.
Le scritte in cinese che seguono quelle in inglese nelle insegne di Canal Street, i mattoncini colorati di West Harlem che sembrano venuti fuori da una puntata di Starsky e Hutch.
Tanto sorprendente questo cambio di mondo istantaneo, a pochi minuti di corsa in treno, quanto sorprendenti sono i cambi di mondo quando si passeggia a piedi.
Pensate che a mezzogiorno nel giro di cinque minuti sono passato dalle stranezze glam-punk di "Trash & Vaudeville", negozio nell'East Village, ai colori floreali di decine e decine di ristoranti indiani. Tutti uguali, uno dopo l'altro. Come fabbricati in serie.
In fondo, ciò che secondo me fa la differenza tra il vivere in una città per tre mesi e il vivere la città per tre mesi sono le abitudini.
Mio Dio, quanto sono importanti le abitudini.
Se ci pensate un attimo, esse sono i nostri punti di riferimento nella vita di tutti i giorni. Ci aiutano a ritrovare un po' noi stessi e ci sentiamo un po' smarriti se le perdiamo di vista. Piccoli riti di tutti i giorni, un po' per scaramanzia, un po' anche inconsapevolmente ma sono li, in noi.
Se ci pensate un attimo, le abitudini sono la prima cosa che viene meno quando si è catapultati in una nuova realtà. E a me è capitato.
Se ci penso, nei primi tempi ho proprio cercato, inconsapevolmente, di circondarmi di nuove abitudini.
Forse per sentirmi più tranquillo e sicuramente per avere i miei punti fermi. D'altro canto diceva Freud che noi tutti abbiamo bisogno di punti fermi fin da quando siamo bambini, ecco perchè i bimbi vogliono sentirsi sempre raccontare la stessa storia prima di andare a letto che puntualmente finisce con lo stesso finale...
Per cui ho iniziato anche io con le mie.
Per pensare e lavoricchiare un po', ad esempio, Starbucks era l'ideale. E' veramente bello chiudersi in un caffè e sorseggiare qualche cosa di bollente intanto che si lavora un pochino con il computer e si osserva i passanti dai vetri appannati.
Adesso che ci penso, non ho mai bevuto una birra non americana da quando sono qui. Budweiser, Brooklyn Lager, Brooklyn Six Points, Brooklyn Oktoberfest. Insomma ho bevuto più birre di Brooklyn che quante volte mi sono recato fisicamente nel distretto in tre mesi.
Andare a prendere la metropolitana o andare a casa di Stefano in skate. Questa è un'abitudine che mi è piaciuta parecchio e che mi mancherà altrettanto. Non oso immaginare le parole che mi arriverebbero se dovessi andare in giro per strada con lo skateboard a Verano Brianza... :)
Il tirare su la testa appena saliti i gradini di una metropolitana per ammirare l'immensità dei grattacieli. SEMPRE.
Il "carne, american cheese, lattuga, pomodoro, ketchup e coca cola". Avete bisogno che ve lo spieghi? :)
L'odore di brioches appena sfornate alla fermata della metro per rientrare a casa il sabato notte...o forse meglio dire il sabato mattina. Ogni volta annusare l'aria appena sceso dal treno ed ogni volta chiedersi come sia possibile l'esistenza di un'odore così familiare a km e km di distanza....e stupirsi ogni volta ancora perchè a distanza di tre mesi non ho ancora capito -vi giuro- da dove arrivi questo profumo...
Leggere in metropolitana. Un libro o il Metro. (ps- grazie a Luca per avermi consigliato l'ultimo libro che ho letto e di cui giro il consiglio a tutti: "The art of racing in the rain" - Garth Stein Bellissimo) Senza musica nelle orecchie perchè ogni annuncio dall'interfono può salvarti dall'allungare il percorso di un'ora.
Gli hot dog con ketchup e mustard. (Ah..la mustard non è la mostarda ma è la senape. E' un cosiddetto "false friend" :D) L'abitudine di mangiarsi un hot dog per strada è senza eguali.
Può sembrare una banalità ma anche la perfetta sincronizzazione dell'utilizzo del bagno la mattina presto tra me e le mie coinquiline è un'abitudine che mi mancherà.
Salutare e fermarsi a parlare ogni volta con il proprietario del fast food sotto casa che ti racconta sempre di quanto sia bella la Grecia e di quanto si trovi male qui a NY.
Ce ne saranno almeno un'altra manciata di abitudini acquisite. Di quelle abitudini che un po' ti si cuciono addosso per vivere nella città.
Purtroppo, però, la cosa che mi è mancata sono un altro tipo di abitudini. Quelle che in tre mesi non puoi avere per via del tempo ristretto che ti spinge prima ad esplorare e a provare tutto almeno una volta. Le abitudini a cui mi riferisco questa volta non sono quelle della routine.
Quelle del tipo "vado in un posto, scopro che mi piace e poi ci torno". Quelle del "mi sono affezionato". Non riesci ad avere un tuo "qualcosa preferito" se ci vai solo una volta...
Purtroppo tre mesi, per come sono fatto io, sono davvero troppo pochi per svilupparne di questo tipo. Io sono più la persona che vuole conoscere ed esplorare tutto. E per esplorare NY non sarebbe abbastanza nemmeno un anno. Senza giorni lavorativi ovviamente.
Per questo motivo non sono mai tornato per due volte nello stesso locale notturno, nello stesso ristorante (salvo rarisssssime eccezioni) etc...e questa cosa è molto più simile a ciò che fa un turista rispetto a ciò che fa uno che vive la città per il semplice fatto di volerla vivere.
Senza pensare ad altro.
Senza pensare al tempo che sta per scadere né al rimpianto di essersi perso qualcosa da vedere per strada.
Anzi, direi proprio che li odio. Odio i conti alla rovescia. I countdown se vogliamofall'americano.
Odio i countdown e le code. Non quelle fatte con i capelli, ma quelle alla cassa, al cinema, alla posta...quelle insomma.
Tutte due sono legate allo scorrere del tempo, ma in modo diverto. Uno è un catalogare il tempo e farlo scorrere in maniera inversa, l'altro è una perdita di tempo.
Al di là di ciò, lasciamo stare per un attimo le code. Vi voglio parlare di countdown.
Perchè mancano 10 giorni alla partenza. Si, solo dieci. Poi la verde e ridente brianza mi riavrà come suo cittadino.
10 sono i giorni come 10 sono i post che voglio scrivere prima di partire. Sarebbe ancora più carino se riuscissi (ma non ve lo prometto) a scrivervi in ciascun post una cosa che ha caratterizzato questa esperienza, un abitudine acquisita, una sensazione o un'emozione vissuta e non solo "cosa ho fatto/cosa ho visto".
Stavo pensando, poco fa', in metropolitana che mi sento molto newyorkese in questi giorni. Alla fine sto cedendo, ammetto di stare subendo il fascino di questa città -sono però ancora combattivo nel difendere il mio paese, tranquilli. Oggi ad esempio una ragazza ha osato dirmi che NY è più pulita di Milano.
Ammetto che NY è come una affascinante e misteriosa donna, ci vuole un po' di tempo per conoscerla, per viziarla, soprattutto per capirla, ma alla fine la si conquista. O forse, come sta succedendo a me, è invece lei che ti conquista.
Ti seduce e ti fa diventare parte di lei. Ti fa dimenticare dei suoi difetti. Ti distrae, distogliendo il tuo sguardo dalle sue imperfezioni e, quando il tuo sguardo comincia a cedere è li che ti stupisce e ti colpisce nuovamente dritto al cuore.
Ogni giorno esibisce colori diversi e si veste di abiti sempre nuovi: la pioggia, il sole, l'estate, l'autunno, il tramonto, l'alba, il giorno e la notte.
In tre mesi ne ha indossati molti e ogni volta, magari dietro qualche mia brutta parola in dialetto -soprattutto se faceva freddo o pioveva- mi accorgevo di starmi a poco a poco sempre più affezionando.
Questa cosa la capisci soprattutto dopo tre mesi di uscite insieme, bevute di caffè e frequentazione con questa donna che si chiama NY.
Io lo capisco dalle piccole cose:
Ti addormenti quando prendi la metro per tornare a casa di sera e ti svegli puntualmente alla tua fermata.
Capisci i discorsi della gente intorno a te, sorridi e rivolgi loro una battuta.
Ascolti la storia di qualcuno che ti racconta la sua passione per le auto d'epoca. Lo stai ad ascoltare non perchè anche tu lo sei, ma per il semplice fatto che ognuno ha la sua storia interessante, ed in una metropoli di millemilamilioni di abitanti...sapete quante ce ne sono?
Aiuti qualcuno che sta sbagliando a prendere la metro, salvandolo da una lunga corsa sul treno in direzione opposta.
Rispondi alle indicazioni che ti chiedono i passanti. Non guardando la mappa.
Non guardi più la mappa perchè sai dove sei e dove si trovano le altre cose.
Sorseggi un bicchierone di caffè americano per strada per scaldarti..meglio se dell'IKEA e costa 75cent...perchè ci piace essere un po' alternativi...dai... :)
Ti stai accorgendo che stai iniziando a preferire una ciambella glassata ad un croissant classico italiano...forse perchè del croissant non ti ricordi il sapore.. (questa è davvero una brutta cosa!)
Parli di cucina italiana e delle tue ricette -semplicissime- con una ragazza americana che rimane puntualmente a bocca aperta..
Riesci a parlare con i bambini sulla metropolitana. Ragazzi, fidatevi. Parlare con un bambino americano di circa 5 anni è una cosa difficilissima. Non si capisce nulla! Anche solo dirgli che anche a voi piace Batman. Lo giuro. (A me è capitato una volta, perchè sto bambino mi stava tirando scemo in metro)
Ti fai la doccia e i tuoi pensieri scorrono in lingua inglese.
Dormi ed i tuoi sogni scorrono in lingua inglese.
Insomma, alla fine, mi sono affezionato a questa città.
Una cosa è sicura però: qui non ci vivrei per il resto della mia vita. O, per lo meno, ogni tanto devo tornare a casa ;)
Mi sa che se vado avanti così, tutti i miei post dovrebbero cominciare con "vi chiedo scusa per la latitanza".... :D
Di che si parla in questo post? Vi ha fatto risuonare nulla nella vostra scatola cranica il titolo di oggi?
Ebbene sì. JOVANOTY. Che poi è la pronuncia di JOVANOTTI da parte degli americani.
Sabato sera, 6 ottobre, ho assistito ad uno dei concerti più belli della mia vita.
Sabato sera, 6 ottobre, sono andato al "Terminal 5", locale nel midtown west side, perchè un ragazzo, oramai cresciuto -classe '66- nato a Roma e fatto conoscere a tutti da Claudio Cecchetto nel lontano 1986, ha deciso di fare tappa anche a New York durante il suo lungo tour americano.
La prima cosa di cui ho potuto rendermi conto è stata la quantità di italiani che mi circondavano. Cosa a cui da due mesi abbondanti a questa parte non ero più abituato. E, a dirla tutta, un po' mi ha fatto sentire a casa.
La seconda, ahimè, è stata accorgermi che il gruppo spalla era davvero noioso...ma tutto ciò non può altro che essere utile per conoscere un po' di quegli italiani che mi stavano attorno.
Lorenzo arriva sul palco preceduto dai suoni gravi emessi dal basso di un Saturnino in ottima forma.
Camicia rossa, cravatta nera come i suoi pantaloni e Borsalino della stessa tonalità. Quest ultimo forse indossato per rimarcare la sua passione per il jazz in una delle patrie di questo genere.
Pronti, partenza, via.
Per certo, vi posso dire che non mi ricordo la scaletta. Per certo vi posso dire che non ho mai smesso di sorridere. Dalla prima all'ultima canzone...e forse anche dopo.
Sotto il palco ci si sentiva un po' tutti fratelli. Non perchè fossimo tutti in grado di cantare a squarciagola ogni parola di ogni canzone sfoderando una pronuncia impeccabile, come a voler fare invidia agli americani presenti, come a voler rivendicare qualcosa di nostro in terra straniera. Non per questo, ma molto probabilmente si era un po tutti fratelli proprio perchè gli italiani non erano poi così tanti
Perchè è un po' buffo ma allo stesso tempo bellissimo avere di fianco a te un afroamericano che ti chiede: "come si chiami questa canzoni?" Ed è altrettanto buffo ed altrettanto bello rispondergli e scrivergli il titolo tra gli appunti del cellulare. Sorridendo.
Si era un po' tutti fratelli perchè Jovanotti è così. Se stesso. Con TUTTI.
Mai maleducato ma sempre corretto. Con TUTTI.
Mette TUTTI a proprio agio prima di cominciare, si presenta, come se fosse un perfetto sconosciuto e come se gli americani in sala fossero capitati li per caso.
Ringrazia i padroni di casa prima di cominciare, si scusa per l'inglese e, come un bambino che vede un suo desiderio avverarsi, si meraviglia di stare suonando a NY davanti ad un pubblico variegato quando fino a qualche anno fa', ammette, non parlava una parola di questa lingua.
In effetti l'inglese è ancora un po' stentato. Ma chissenefrega. Lorenzo è così, e, quando non ce la fa più a cercare parole nel suo vocabolario mentale in una lingua che non è la sua, la mette sulla semplicità.
"AMORE=LOVE"
Ed ha così eseguito una delle mie canzoni preferite di sempre, "stella cometa".
Molte sono state le hit dal sapore un po' retrò, come "positivo" e "serenata rap", poche le hit a cui ci ha abituato negli ultimi tempi.
Molte le improvvisazioni ed i cambi di ritmo, da improvvisati bossanova a più travolgenti ritmi brasiliani. Molte le emozioni, assenti le delusioni.
Emozioni.
Questa è la parola che può riassumere nel più sintetico dei riassunti una serata indimenticabile. Non un voto da pagella scolastica per la performance del cantautore. Non stelline da critico cinematografico del Corriere della Sera. Ma emozioni. "Solo" emozioni.
Sorrisi e tanto divertimento da parte di tutti hanno ripagato con la giusta moneta il poeta.
Il messaggio è arrivato al destinatario nel migliore dei modi con i canali migliori possibili: le parole, le canzoni, lo show.
Ammetto che non mi era ancora capitato di assistere ad un concerto così, con un cantante che non è un personaggio costruito, ma un personaggio in quanto se stesso. Un comunicatore del cuore in grado di muoversi in un modo unico tra tutti i suoi strumenti, che molto spesso non sono solo musicali ma sono emozionali.
Una persona che non ha bisogno di fingere per essere amato, ma che allo stesso tempo sa mettersi a nudo e quasi imbarazzarsi quando, ancora una volta, saluta l'amore di una vita e le dedica una delle sue numerose canzoni.
Un poeta.
Una persona, più che una star.
Per cui, accorgendomi di non essere così abile da riuscire a tramandarvi le stesse emozioni, accorgendomi anche di stare deficitando con la lingua italiana (e questa cosa un po' mi preoccupa), vi lascio con le sue parole.
Vi lascio anche con un suo video. Ma promettetemi di leggere prima il testo.
"Dedicata a tutti gli italiani in giro per il mondo e lontani da casa" cit. Lorenzo.
Io lo so che non sono solo anche quando sono solo io lo so che non sono solo io lo so che non sono solo anche quando sono solo
sotto un cielo di stelle e di satelliti tra i colpevoli le vittime e i superstiti un cane abbaia alla luna un uomo guarda la sua mano sembra quella di suo padre quando da bambino lo prendeva come niente e lo sollevava su era bello il panorama visto dall'alto si gettava sulle cose prima del pensiero la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero ora la città è un film straniero senza sottotitoli le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli il ghiaccio sulle cose la tele dice che le strade son pericolose ma l'unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente il profumo dei fiori l'odore della città il suono dei motorini il sapore della pizza le lacrime di una mamma le idee di uno studente gli incroci possibili in una piazza di stare con le antenne alzate verso il cielo io lo so che non sono solo
io lo so che non sono solo anche quando sono solo io lo so che non sono solo e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango io lo so che non sono solo anche quando sono solo io lo so che non sono solo e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango
la città un film straniero senza sottotitoli una pentola che cuoce pezzi di dialoghi come stai quanto costa che ore sono che succede che si dice chi ci crede e allora ci si vede ci si sente soli dalla parte del bersaglio e diventi un appestato quando fai uno sbaglio un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c'è niente un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi e una musica che pompa sangue nelle vene e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi smettere di lamentarsi che l'unico pericolo che senti veramente è quello di non riuscire più a sentire niente di non riuscire più a sentire niente il battito di un cuore dentro al petto la passione che fa crescere un progetto l'appetito la sete l'evoluzione in atto l'energia che si scatena in un contatto
io lo so che non sono solo anche quando sono solo io lo so che non sono solo e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango io lo so che non sono solo anche quando sono solo io lo so che nn sono solo e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango
e mi fondo con il cielo e con il fango
e mi fondo con il cielo e con il fango
E l'unico pericolo che senti veramente è quello di non riuscire più a sentire niente.
Prima di tutto vi chiedo di perdonarmi per la latitanza.
Tante sono le cose che vorrei dire quanti sono i giorni della mia assenza da questo blog, ma vi anticipo già da ora che, purtroppo, non potrò racchiuderle tutte in questo post. Allo stesso tempo, ciò vuol dire che ne scriverò altri.
Questa sera, ciò che mi spinge a scrivere sono i miei pensieri verso i miei AMICI.
Qui a NY è facile lasciare andare la mente per un attimo, soprattutto quando la stanchezza prende il sopravvento sulla voglia di uscire.
Quando si è soli, in una grande città come questa, la mente ha un intero parco giochi per tenersi impegnata e non pensare nei momenti che seguono al giorno lavorativo. Quando però le giostre si fermano e le loro luci ad intermittenza si spengono, spesso accade che il pensiero giochi "brutti" scherzi.
Tra questi brutti scherzi, uno tra i più ricorrenti in questi due mesi è quello di pensare ai miei amici, alla solitudine data dal perdersi nella moltitudine di una metropoli e a quanto essi mi manchino.
Per questo vi voglio fare capire, con questo post, quanto voi amici -tutti- siete importanti per me.
C'è chi penserà che sbaglio a lasciare libera la mente anzichè uscire e tuffarmi nella fiumana di gente che popola le vie di Manhattan, chi dirà che "tanto sei a NY", chi avrà pensato che metropoli significa conoscere una miriade di persone diverse e divertirsi, ma sono sicuro che tutti voi, nessuno escluso, mi capirete.
E' vero, da due mesi a questa parte ho conosciuto tante persone, da diverse parti del mondo: colombiani, cinesi, taiwanesi, canadesi, francesi, tedeschi, americani, inglesi, indiani, turchi etc...
E' anche vero che solo una volta che sei immerso in questa realtà che ti ha preso fino ad ora facendoti girare come una trottola che sprigiona entusiasmo ad ogni suo volteggio capisci, quando ti fermi un attimo, quando la trottola smette di girare, quanto sono importanti i legami nella tua vita.
Vi giuro, solo ora avendo provato questa esperienza sulla mia pelle, capisco quando il mio amico Simone che mi ha ospitato da lui a Barcellona -e che saluto dicendogli che è un grande e che gli voglio bene- diceva che, nonostante il fascino della città spagnola che lo ospitava da circa sei mesi, nonostante le bellissime fanciulle nella rambla e tutta la storia che essa si porta dietro, non riusciva ad astenersi dal pensare ai suoi amici, anche per un momento, prima di andare a dormire.
Ti accorgi che per quanto affascinante possa essere, e vi assicuro che lo è, conoscere persone di razza, religione e cultura diversa, ognuno con la sua storia da raccontare, alla fine sei comunque solo.
Vuoi per la difficoltà nell'esprimersi non solo da parte tua, vuoi perchè anche loro sono delle trottole impazzite, ma soprattutto per le esperienze che hai vissuto in 26 anni con i tuoi amici e che ti hanno reso quello che sei.
E allora pensi...
Pensi che sei solo perchè quando vai ad un concerto, e ci vai da solo o con qualcuno che conosci appena, sai già che non potrà mai essere così speciale come uno qualsiasi dei concerti vissuti con il tuo gruppo di amici "dei concerti".
Questa è la prima cosa che mi viene in mente perchè domani, infatti, andrò da solo ad un concerto, e perchè subito dopo aver acquistato il biglietto ho pensato a quanto bello sarebbe stato andare a Verona con i miei amici "dei concerti"...
Pensi. Pensi che vorresti condividere con tutti i tuoi amici tutto ciò che vedi, anche la cosa più banale. Perchè fino ad ora i tuoi amici hanno fatto parte della tua vita, e ora continuano a farne parte, però un po' meno o in modo diverso.
Pensi. Pensi che ogni pensiero rivolto a loro sia concatenato, e che per ciò entri in un circolo vizioso dal quale ti riesce quasi impossibile uscire. Quindi rivolgi un pensiero ad ognuno di loro. Ti vengono in mente le cose più disparate, recenti o vecchie che siano.
Pensi. Pensi a chi è appena nato un nipotino e gli auguri ogni bene, fino a farti brillare gli occhi quando guardi le foto. "Pensi al Balla coi Cinghiali" e a quando gli contavi i rimbalzi che prendeva.
Pensi a chi sta poco bene, fino a sentirti quasi in colpa per non essergli vicino perchè lui c'è sempre, sperando che indossando la maglietta che gli hai regalato lo faccia stare in qualche modo meglio.
Pensi a chi in macchina ti augura che la serata sia degna della lunghezza del tragitto sfiancante in indossando la sua maglietta preferita, viola dei prodigy.
Pensi. Pensi a chi senti di più e a chi senti meno. A chi hai appena sentito e a chi non senti da un po'.
Pensi. Pensi a chi non ti leggerà perchè non è molto amico del pc e sei curioso di sapere se la casa per andare a vivere da solo è finalmente arredata.
Pensi a chi ti ha insegnato a giocare a pallone, incazzandosi con te qualche volta perchè "quando giochi tieni la testa bassa" e che fa una liquirizia degna del suo cognome.
Pensi a chi ti invitava a suonare cover dei Beatles nel suo garage, che ti ha sempre insegnato molto e che ammiri moltissimo.
Pensi. Pensi a chi ti consiglia i posti da vedere qui a ny e che quando mi ha consigliato di visitare il "Ricky's" mi ha fatto venire in mente la parola "pagliericcio" accompagnandola con un sorriso.
Pensi a chi prima ascoltava i "Carcass" e andava matto per "internal solvent abuse".
Pensi a chi ha lottato tra la folla al concerto dei Cani indossando una maschera come un supereroe. Pensi alla volta che hai conosciuto lei e lui al Lola in occasione dell'aperitivo pasquale.
Pensi. Pensi a chi sta fissato per il computer e con cui ti sei picchiato per una tipa (forse più di una :) ). Pensi a chi bestemmia sempre in dialetto.
Pensi a chi è un nuotatore provetto.
Pensi. Pensi a chi ti conosce bene, a chi ti conosce più a fondo ma anche a chi ti conosce meno a fondo. Pensi a chi ti dice "daicazzooo Ricky..!".
Pensi a chi ti concede una chiacchierata e delle occhiate furtive sul bancone del Breva.
Pensi a chi ha sempre mille commenti da fare su fb e che ti fa sorridere ad ogni like che mette..si sto parlando di te, il tuo moroso non è su fb e tu lavori in banca. :D
Pensi a chi ama le mustang e a chi ama la palestra e i dj.
Pensi a chi dai un soprannome di un personaggio di Dragon Ball.
Pensi a chi impazzisce per l'iPad e a chi impazzisce per Breaking Bad o per American History X.
Pensi a chi sta imparando a suonare la batteria e chi invece kung fu...anche se lo preferivi sulla tavola :D
Pensi che stanno per arrivare le cantine di Morbegno e che tu non ci sarai. Pensi alle edizioni degli anni passati, quando si beveva tutti insieme.
Pensi a chi c'è stato nei momenti bui venendoti a trovare all'ospedale.
Pensi alle tue ex squadre di basket e alle minchiate che succedevano fuori dal campo...ma anche a quelle che succedevano -purtroppo- in campo.
Pensi a chi oltre che coach è sicuramente un modello da imitare, una grande persona.
Pensi agli Yellin' Gentlemen che ti mancano da morire. Da morire. Ripeto, da morire.
Pensi anche a chi è misteriosamente sparito non rispondendo alle chiamate sul telefono cellulare (eh si, anche a lui..).
Pensi. Pensi a chi è stato un compagno di avventura in Sardegna e verso cui sarai sempre in debito. Che ti ha ospitato e che stimi moltissimo.
Pensi. Pensi a chi chiami "Capuzie'", che fa delle foto stupende e che sempre mille idee illuminanti. Pensi a chi fa serata al tunnel e precisa che nel suo nome c'è la "K". Pensi a chi viene da Torino ed è sempre stato pronto a stupirmi con la sua immensa cultura. Pensi a lui a cui si illuminano gli occhi se parli di documentari e di montaggio. Pensi a chi ha la risata contagiosa, così contagiosa che cercavi di provocarla in ogni momento in ufficio semplicemente guardando davanti alla tua scrivania. Pensi a chi ti ha dato consigli su medicinali naturali e sugli ultimi ritrovati delle erboristerie e pratiche yoga.
Pensi alle sigarette fumate. In compagnia di un amico, ovviamente. A quelle che sono l'ultima della serata. Quelle che si fumano seduti sul muretto. Quelle che fanno venire a galla ricordi o che portano alla luce i problemi.
Pensi alle "feste a casa di Bigio" e alle varie "andate a casa che la festa è finita". Pensi agli Halloween, ai capodanni, ai carnevali, ai compleanni e alle vacanze estive.
Pensi a Rimini, Rimini, Calella, Sharm, Riccione, Amsterdam, Formentera...e poi mi sono fermato qui.
Pensi all'ultima vacanza tutti tutti (salvo per chi ho conosciuto dopo..) insieme, nel 2006. L'anno perfetto, l'anno dei mondiali, l'anno di Calella, l'anno degli amori, fatto di delusioni ma anche di vittorie. E che vittorie. Tutti insieme.
Pensi che li senti tutti vicini. Che un loro commento su fb, una loro chiamata su skype o anche solo immaginare un loro sorriso, riesca a portarli qui con te.
Pensi. Semplicemente pensi.
Pensi alla semplicità dell'amicizia.
Pensi ai tuoi AMICI.
Questo post è per ringraziarvi. Dal primo all'ultimo. Anche chi non ha il computer.
E per dirvi che mi mancate tutti, e che ho condiviso delle esperienze belle o brutte con voi, ma senza dubbio uniche che mi hanno fatto diventare quello che sono ora.
GRAZIE.
Ce ne sono tante di canzoni, forse infinite, che mi ricordano un sacco di cose. Questa mi è capitato di ascoltarla prima è mi ricorda un sacco Calella e l'estate del 2006.